Smart working: di cosa si tratta?

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Smart working: di cosa si tratta?

Smart working, due termini che negli ultimi mesi abbiamo imparato molto bene ad utilizzare, ma soprattutto ad applicare. L’emergenza Corona virus ci ha imposto – volenti o nolenti – un nuovo approccio lavorativo. Chiusi nelle nostre case abbiamo dovuto rinunciare ad un’organizzazione della quotidianità che avevamo data per scontata.

Smart working: di cosa si tratta?

Smart working, due termini che negli ultimi mesi abbiamo imparato molto bene ad utilizzare, ma soprattutto ad applicare. L’emergenza Corona virus ci ha imposto – volenti o nolenti – un nuovo approccio lavorativo. Chiusi nelle nostre case abbiamo dovuto rinunciare ad un’organizzazione della quotidianità che avevamo data per scontata.

Niente più ufficio, niente più studio, niente più riunioni con i colleghi per fare il punto della situazione, programmare le scadenze, definire “chi fa cosa” davanti ad una tazza di caffè.  Ci siamo dovuti attrezzare di strumenti, connessioni, programmi, gestionali che ci permettessero di continuare il lavoro anche dalle quattro mura domestiche… in poche parole abbiamo dovuto renderlo “agile”, trasformandolo da “vado in ufficio” in “smart working”.

Diciamoci la verità, all’inizio questa rivoluzione (epocale) ci ha spaventato. Molti di noi sono stati colti alla sprovvista, impreparati a gestire tutto da un PC, o ancora più spesso dal solo smartphone. Ma passato lo spaesamento iniziale, ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo imparato a condividere computer e connessioni, trovando un compromesso tra le esigenze dell’ufficio e la didattica a distanza dei nostri figli.
Le ultime stime ci raccontano che ancora adesso ci sono dai 4 ai 6 milioni di italiani impegnati nello smart working, quindi la proroga dello stato di emergenza decretata nell’ultimo DPCM fino al 31 gennaio 2020 non ci terrorizza più almeno dal punto di vista dell’organizzazione casalinga del nostro lavoro.

 

Smart working: cos’è in realtà?

 

Lavorare da casa è quindi diventata una consuetudine… ma davvero lo smart working si limita alla possibilità di upploadare qualche file su una piattaforma online condivisa come Drive o DropBox o con una riunione su TEAMS, Meet o Zoom?

Per capire cosa sia effettivamente, una prima precisazione deve essere fatta dal punto di vista legislativo: la pratica del “lavoro agile ordinario” viene disciplinata dalla legge 81/2017. Molti però di quei sei milioni di lavoratori smart di cui parlavano sopra, si ritrovano nel “regime semplificato”, quello appunto autorizzato dallo stato di emergenza proclamato dal nostro governo e che sostanzialmente consente alle aziende di far lavorare fino alla fine dell’anno i propri dipendenti da remoto, senza stipulare nuovi accordi.

Si legge invece sul sito del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali che “Il lavoro agile (o smart working) è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività”.

Ovvero: “quell’insieme di modelli organizzativi, moderni e non convenzionali, caratterizzato da un elevato di flessibilità nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti di lavoro, e che fornisce a tutti i dipendenti di un’azienda le migliori condizioni di lavoro”.

Più semplicemente, se dobbiamo evidenziare i principi che sostengono lo smart working ordinario troviamo l’idea di migliorare la competitività e la possibilità di conciliare vita-lavoro, eseguendo la propria prestazione senza vincoli di orario. Il tutto ovviamente sulla base di un accordo volontario tra collaboratore e dipendente, che proprio perché volontario, è anche reversibile.

Al di là di queste definizioni ufficiali, a noi piace pensare allo smart working nella traduzione letterale dall’inglese, come “lavoro intelligente” che non può essere limitato ad un “bilanciamento” tra work-life balance e welfare aziendale. Ci piace vederlo come un’opportunità di crescita non solo per il singolo ma per l’azienda nella sua stessa concezione. Un percorso di profondo cambiamento culturale e sociale. Un nuovo modo di lavorare che consente un miglior bilanciamento tra qualità della vita e produttività individuale.

In questa prospettiva si capisce subito come l’innovazione digitale giochi un ruolo fondamentale per tutti quegli approcci strategici necessari a garantire l’integrazione e la collaborazione tra le persone. La cosiddetta “Digital Transformation”.

Nel prossimo articolo indagheremo quali strumenti “tecnologici” abbiamo implementato proprio per rendere ancora più smart – e perché no anche più facile – il lavoro intelligente.